GRAFFITI – Storie di Strada

Cemento e mura, vagoni e cavalcavia, sono tele per i graffiti. Lettere, scritte, firme, disegni, le impronte dei graffitari sono libera espressione o tracce dell’esistenza? Cosa li spinge a lasciare il segno? Arte o identità? Reportage sui graffiti, segni dalle radici lontane, detestati da alcuni e amati da altri, per comprendere qualcosa in più delle loro tracce.

___________________________

Appaiono d’improvviso. La sera prima non c’era nulla e ora vedo un disegno sul muro. A guardar bene è un sequela di lettere colorate, fiammeggianti, toni decisi e armoniosi. Una firma, una grande firma sotto il viadotto ferroviario. Sono graffiti, tracce sulla strada, segni di una presenza.

Qualcuno li detesta e ufficialmente sono vietati, ma io ne sono stato sempre attratto e una sera, passando sotto il viadotto ferroviario, ho visto qualcuno che stava abbozzando un graffito e mi sono fermato.

Dopo aver tracciato qualche linea si è arrestato a pensare. Un passo indietro per osservare l’insieme ed è ripartito con la bomboletta in mano. Ogni traccia, ogni striscia di colore aveva un suono, il sibilo del gas che fuoriusciva dalla bomboletta. Breve, intenso, lungo, parallelo ad ogni pennellata.

Reportage GRAFFITI (2).Movie_Istantanea

Il nudo cemento sotto il viadotto è stato giudicato “libero” dal Comune di Milano e molti graffitari sono già passati per riempire ogni suo centimetro disponibile, ma non sempre è così. Il graffito, il segno, la traccia, ha radici lontane e ha sempre espresso il bisogno di affermare la propria presenza, di marcare la propria identità e il territorio in cui si vive, spinti da esigenze diverse di tempo in tempo, ma sempre connesse alle condizioni sociali, al senso di inclusione ed emarginazione, alla necessità innata dell’essere umano di affermare il dogma “io sono, quindi esisto”.

Nel tempo della realtà digitale che ha modificato la percezione del tempo e dello spazio rendendoci l’illusione di un eterno presente nel quale siamo tutti connessi, i graffiti sembrerebbero relegati a pratiche del passato, quando la realtà era unicamente fisica, concreta come un segno sul muro, ma la loro presenza e rinascita, ci dimostra il contrario e ci induce a riflettere sulla c.d. “società liquida”, termine coniato da Zygmunt Bauman per indicare una società, quella moderna, nella quale ciò che conta è solo il consumismo e l’apparire a tutti i costi, sospinti da un individualismo sfrenato.

In un mondo che ha perso le sue certezza, che non ha più comunità né idee, il liquido presente genera stagnazione del pensiero, senso di emarginazione, di esclusione dal gruppo, di sconfitta nella globale competizione individuale.

I graffiti, che si possano giudicare legali o illegali, forme di arte o pura espressione, contengono tutto questo e il loro apparire mi ricorda che gli esseri umani restano animali sociali e, pertanto, manifestano malessere a vivere senza radici, senza spiritualità, senza comunità, senza identità, senza il tempo e lo spazio.

Nonostante siamo indotti a credere che tutto questo non serva più, che grazie al nostro smartphone possiamo accedere a tutto e adesso, senza intermediari, senza filtri, senza competenze, senza fatica, la realtà è diversa e il vero rischio della iper-connessione sembra essere piuttosto quello di perdere la connessione con la dimensione reale, quella in cui le cose si costruiscono, segno dopo segno, come fa il graffitaro davanti a me.

Si chiama Antoine e viene dalla Francia, vicino Parigi. Forse perché straniero, ha meno diffidenza nel parlare e nel lasciarsi intervistare. Del resto, non tutti i muri della città sono dichiarati “liberi” e lo stato giuridico d’illegalità nel quale spesso si trova chi produce graffiti altrove, rende molto prudenti i graffitari.

Antoine mi racconta il suo inizio e mi parla dei suoi progetti, mentre i treni scorrono sopra le nostre teste. Vuole divertirsi e comunicare qualcosa alla gente che vedrà la sua opera. Qualcosa che riguarda il percorso che ognuno di noi fa nella vita, tra alti e bassi, speranze e delusioni. Viene da Malta dove ha realizzato un’opera su un muro e dove ha conosciuto altri writers. Fa freddo ormai, ed è ora per Antoine di indossare i guanti.

“L’alluminio delle bombolette è freddo e il gas che esce lo è ancora di più” mi dice sorridendo.

Ha molto entusiasmo Antoine e la sua passione mi permettere di sentire cosa dice, di voler capire di più.

“Domani c’è l’ultimo giorno del Graffiti BlockParty a Milano” aggiunge.

Qualcuno dice che niente accade per caso, e in certe occasioni viene proprio da crederci. Traverso la città con Antoine per raggiungere il Ponte della Ghisolfa. Sotto gli echi del traffico perenne, una squadra di graffitari si ritrova per completare le opere disegnate sulle mura di un altro angolo di Milano dichiarato “libero”.

In barba alla società liquida, i graffitari che incontriamo sono comunità. Un caffè per riscaldarsi, una stretta di mano per conoscersi, e le mura prendono colore. Alcuni di loro rispondono alle mie domande, ma non desiderano apparire. Vogliono solo lasciare la loro traccia sullo spazio di una parete sino al tempo in cui una altra traccia la coprirà.

ALESSANDRIA: BRACCIANTI, PADRONI E CAMICIE NERE – Storie del XXI secolo

FASCISMO e ANTIFASCISMO sono retorica del passato o attualità? Propaganda o fatti concreti? E sotto quali vesti agiscono oggi? La vertenza dei braccianti di una azienda agricola di Guazzora (AL) che reclamavano da mesi il pagamento degli stipendi, ha registrato l’intervento dei militanti di CasaPound che si sono schierati a favore dell’imprenditore e contro lo sciopero dei dipendenti. Un fatto di cronaca attuale che richiama pratiche e scenari del passato, quando gli squadristi attaccavano le organizzazioni dei lavoratori nella indifferenza delle istituzioni e del Re.


Ancora oggi in Italia si festeggia il 25 Aprile, il giorno della liberazione dal fascismo e dalla occupazione nazista, ma per molti è solo l’occasione di una gita fuori porta, una festa come un’altra. L’ex Ministro della Gioventù dell’ultimo governo Berlusconi, Giorgia Meloni, ha dichiarato di recente che vorrebbe sostituire il 25 Aprile con il 4 novembre, anniversario della Grande Guerra, perché la festa della Liberazione sarebbe una “festa divisiva”.

Forse tutto ciò ci può apparire folclore, roba da nostalgici o argomento distante dalla realtà quotidiana, dalle cose vere e proprie che interessano milioni di persone che si affannano tra precariato, tasse e affitti, ma alcuni fatti di cronaca ci svelano il contrario, ci permettono di collocare la retorica fascista e nazionalista in un contesto preciso, tangibile, lontano dai protagonisti della propaganda politica e vicino, invece, alle azioni concrete generate da quei protagonisti e da quelle idee.

Così accade nella provincia di Alessandria, in Piemonte, quando i braccianti della ditta Angeleri D.F.S. di Guazzora incrociano le braccia e scioperano ad oltranza per chiedere il pagamento del salario che l’imprenditore non versa da mesi. Assistiti dal sindacato di base CUB, i braccianti ottengono un incontro in prefettura e l’impegno dell’imprenditore insolvente a pagare il dovuto.

Ed ecco che, subito dopo, il padrone invita i militanti di una formazione politica di estrema destra a visitare la sua ditta e ne consegue un comunicato nel quale i militanti dichiarano che “le aziende agricole del territorio devono essere tutelate”, perché lo “sciopero non deve ostacolare il lavoro”.

Reportage CUB ALESSANDRIA (4).Movie_Istantanea

La formazione politica di estrema destra si chiama CasaPound e prende il nome dall’intellettuale statunitense Ezra Weston Loomis Pound che fu convinto sostenitore di Mussolini e del fascismo fino alla fine della II° guerra mondiale, per poi essere processato dagli Stati Uniti per tradimento, giudicato incapace e recluso in un manicomio giudiziario.

In Italia non si è mai svolto un processo ai gerarchi fascisti come avvenne in Germania. Molti di loro si riciclarono nelle istituzioni della nascente Repubblica e qualcuno fondò subito un partito, il Movimento Sociale Italiano (MSI) il cui segretario aveva scritto sulla Rivista della Razza nel 1942 “siamo orgogliosamente fascisti e razzisti”. Si chiamava Giorgio Almirante e oggi viene ricordato più come politico della c.d. prima repubblica piuttosto che come il gerarca che sosteneva la deportazione degli ebrei e degli oppositori del regime fascista.

Certo, ricostituire un partito fascista è vietato in Italia e questo Giorgio Almirante lo sapeva bene così come i militanti di CasaPound, ma in un Paese senza memoria può accadere che molti riducano la storia del fascismo alla puntualità dei treni e che altri, invece, riprendano vecchie pratiche alla luce del sole, nascosti da pseudonimi, per riportare indietro l’orologio del tempo.

Reportage CUB ALESSANDRIA.Movie_Istantanea

“Dire che lo sciopero è un diritto, ma non deve ostacolare il lavoro, equivale a dire che lo sciopero non si deve fare” ci dice Stefano Capelli della CUB Piemonte. Già, lo sciopero nasce per fermare il lavoro, arrestare la produzione, proprio come fecero i contadini e gli operai nei primi decenni del ‘900 per chiedere diritti e riforme che oggi ci appaiono scontate. Ma la sordità e la distanza dei governi liberali fece crescere il malcontento e la risposta dei contadini e degli operai fu lo sciopero ad oltranza e l’occupazione delle fabbriche. Fu allora che i primi squadristi intervennero per attaccare chi organizzava le lotte dei lavoratori e reprimere l’azione delle Camere del Lavoro. Spedizioni punitive contro i singoli sindacalisti, avverso le sedi delle riviste di opposizione, bruciate in roghi della cultura, per intimidire, diffondere paura, eliminare gli avversari. Hitler faceva tesoro di quegli esempi, mentre i liberali e popolari italiani si illudevano di poter ben gestire quel movimento e il loro capo politico, Mussolini, a loro vantaggio.

Ma non si può gestire la violenza. Essa travolse l’Italia e gli italiani in ogni aspetto della loro vita.

Reportage CUB ALESSANDRIA (2).Movie_Istantanea

È passato molto tempo da allora, ma quella violenza, oggi, la si può riconoscere nelle parole e nelle azioni nelle quali si manifesta. Dalla mano che spara a caso su chi ha la pelle nera a Terni, alle offese sui social web ai danni di chi si occupa dei più poveri e degli immigrati, ai comunicati che negano il diritto di sciopero in nome della tutela della produzione, sino alle leggi che impongono gli arresti per gli accattoni e che cancellano il permesso umanitario.

Segnali di una rabbia sociale su cui si sedimenta giorno dopo giorno la cultura della violenza e dell’odio, del rifiuto di chi è diverso, perché povero, nero, o soltanto fuori dal coro. La violenza offerta quale unica risposta ai drammi della ingiustizia e disuguaglianza sociale causati da fenomeni ben più complessi di uno slogan, viene sostenuta e veicolata da personaggi pubblici, da politici e dalla spettacolarizzazione della informazione che ha più attenzione all’audience che al contenuto.

“Dopo mesi e mesi che non prendevamo un soldo, ci siamo licenziati per giusta causa per prendere la disoccupazione” ci racconta uno dei braccianti della Angeleri. Lo sciopero ha sortito i suoi effetti e il padrone ha riconosciuto di dover pagare gli stipendi ai braccianti agricoli.

Questo è il fatto. Il resto, è cronaca di un tempo di crisi sociale ed economica per le masse, a cui la politica della c.d. seconda Repubblica non ha dato risposte e sui cui oggi si affacciano nuovi opportunisti, capaci di cavalcare il rancore di quanti sono smarriti dai cambiamenti, aggrediti dalla povertà e privati della speranza.

RITI POPOLARI – Il ballo del Cammello Storia e luoghi della cultura popolare

“Arriva il cammello!” grida qualcuno, e il suono dei tamburi riecheggia nelle vie di un piccolo paese della Calabria. Il suo capo rosso sbuca improvviso e sbatte i denti prima di ballare circondato dalla gente. Ma che ci fa un cammello in Calabria? Qual è l’origine di questa tradizione? Reportage su un antico rito popolare che, come gli altri presenti in Italia, ci riconduce alla nostra storia e ci consegna la nostra identità collettiva.

_____________________________________________________________________

Il reportage qui pubblicato contiene alcuni estratti del documentario “Il ballo del Cammello” corredate da interviste realizzate a margine. Il documentario, della durata di 44 minuti, è stato realizzato grazie alla disponibilità degli artigiani che lo hanno ricostruito e dei giovani di Filadelfia che lo animano per le vie del paese. Accompagnato dalle melodie del gruppo musicale calabrese Nd’arranciamu, il documentario segue la ricostruzione del fantoccio, la rievocazione del rito popolare e scava alla ricerca della sue origini. Pubblicato su DVD è disponibile su richiesta scrivendo a: reportage.ac@gmail.com

_______________________________________________________________________

U Ballu du Camiedu

In Calabria, nel paese di Filadelfia (VV), proprio in questi giorni, fervono i preparativi per la rievocazione di un rito popolare le cui origini si perdono nel tempo. Un grande cammello con due gobbe, un lungo collo e una testa rossa che pare un demonio, si aggira per le vie del paese sbattendo i denti e ballando al ritmo dei tamburi che lo accompagnano. Corre, volteggia, salta, inseguito dai bambini, su e giù per il paese, e la gente si affaccia, lo saluta, ci balla assieme, e lo insegue in una danza collettiva che dura giorni, sino all’uscita del Santo in processione (San Francesco di Paola) alla prima domenica di agosto.

Allora i fuochi d’artificio della notte decreteranno la morte del Cammello. Il suo corpo sarà custodito dalla Confraternita di San Francesco per ritornare a vivere l’anno successivo, quando luglio si appresterà a cedere il passo ad agosto.

Il cammello 12

L’italia è ricca di riti popolari, di tradizioni pagane che si mescolano a quelle religiose e che nel loro insieme ci rendono la nostra identità, ci dicono chi siamo e da dove veniamo. Il palio di Siena, i ceri di Gubbio, le canderole di Sant’Agata a Catania, la lista è lunga e non basterebbero fogli e fogli, ma tutte queste manifestazioni collettive non sono vive per gli scatti fotografici dei turisti, ma perché rispondono ad un bisogno insito nell’essere umano, un bisogno più forte del profitto o dello stretto tornaconto personale.

È il bisogno di riconoscere le proprie radici, la necessità di non smarrire la propria storia, così come facciamo ricordando nostro padre o nostra madre. È qualcosa che nasce con noi, prima ancora della ruota e della moneta, che ci ha permesso di costruire tutto ciò che vediamo intorno, passo dopo passo, e senza il quale saremmo persi come se ci trovassimo d’improvviso a vagare in un deserto senza alcun punto di riferimento.

Per scoprire le origini del ballo del Cammello, bisogna risalire a molti secoli addietro, quando i saraceni invadevano la Sicilia e la Calabria costringendo le popolazioni della costa a riparare nell’entroterra. La più evidente conseguenza di tali avvenimenti è che oggi, anziché antipasti di mare e linguine allo scoglio, nella terra della Magna Grecia prevale la soppressata, l’olio, le olive, le melanzane sott’olio e il peperoncino, del quale i calabresi sono dei veri estremisti. La Calabria, infatti, per quanto sia circondata dal mare, ha pochissime città di mare. Le aveva ai tempi dei greci e le conservò durante l’impero romano, ma alla sua caduta le coste non furono più sicure. Nacque allora Katantzàrion, l’attuale Catanzaro, una fortezza edificata a trecento metri di altezza per dominare l’intero Golfo di Squillace.

Nacque così il rito del Cammello che originariamente era accompagnato dai Giganti, grandi fantocci umani che danzavano agitando le braccia, e il suono dei tamburi che li annunciava si udì in molte città del sud per ricordare gli invasori, per schernirli, per deriderli, per superare la paura e festeggiare la libertà.

Il tempo passò, trascorsero i secoli e il rito sparì in alcuni luoghi e riapparve in altri. Arrivò così nel paese medioevale di Castelmonardo, importante centro amministrativo e artigianale della Calabria, quando due fratelli proposero, dietro compenso, di “ballare il Cammello”, e riuscirono a concludere un contratto presso un notaio.

Poi vennero i terremoti e uno di essi, nel 1783, distrusse Castelmonardo. Senza Unità di Crisi né Protezione Civile, si ricostruì sul colle vicino e lo si fece con un piano moderno. Una grande piazza centrale nella quale si incrociano le due vie principali. Ai quattro angoli della piazza furono edificate quattro chiese che si affacciano sui quattro quartieri del paese regolati da isolati altrettanto quadrati. Il nuovo paese fu così chiamato Filadelfia.

Filadelfia Piazza Serrao

Il Cammello era sopravvissuto al terremoto e così riapparve nel nuovo paese col sole d’estate. Sbarcò Garibaldi in Calabria più tardi e, tranne qualche scaramuccia, non trovò alcuna resistenza attraversando la regione diretto alla battaglia decisiva in Campania. Il popolo era stanco del potere dei baroni e sognava la terra, la libertà dal padrone.

Ma le cose non andarono come in un film a lieto fine. Con l’unità d’Italia la Calabria perse gran parte della sua struttura economia. Benché a beneficiarne erano solo i ricchi proprietari terrieri e i commercianti, la regione esportava una enorme ricchezza grazie alle sue produzioni tessili, siderurgiche e agricole prima che le strade fossero intitolate a Re Umberto di Savoia. Alcune industrie, come i Ferri di Mongiana, furono smantellate e vendute per fare cassa e altre furono compromesse come i centri tessili della provincia di Catanzaro o le conce per la liquerizia in quella di Cosenza, delle quali ne è sopravvissuta una soltanto delle oltre quaranta dell’epoca. Il Re piemontese lasciò solo una cosa intatta, il latifondo, proprio ciò che il popolo non voleva. Il possesso delle terre coltivabili restava nelle poche mani di sempre e sarebbe stato scalfito solo dalla prima riforma agraria varata nel 1959, cento anni dopo l’unità d’Italia.

Lentamente, la Calabria scivolò insieme a tutto il resto del sud nella famosa “questione meridionale” con tutti i risvolti che oggi conosciamo e iniziò il dramma della emigrazione che ancora oggi persiste. Anche Filadelfia perse le sue ricchezze e si spogliò dei suoi fasti. Molti partirono, alcuni per il nord d’Italia, altri all’estero, in Europa, o più lontano, in Canada e in Argentina.

La grande piazza del paese visse inverni sempre più solitari. Sempre meno giovani animavano i suoi rioni e gli stretti vicoli che li attraversano. Antichi giochi si smarrirono, molte case furono abbandonate e una sera anche il Cammello morì senza più tornare a ballare.

Il cammello 18

Allora si creò un vuoto. Tutti si sentirono più poveri come se avessero perso un tesoro. Fu allora che accadde qualcosa. Il vecchio scheletro del Cammello era ancora dove era stato lasciato l’ultima volta, in una stanza buia dietro la chiesa, e un giorno qualcuno riaprì la sua finestra e si mise a osservarlo coperto dalla polvere, col mantello raccolto in un cesto e la testa con la mascella rotta accanto. Un altro giorno tornò insieme ad alcuni artigiani che studiarono lo scheletro e presero le misure. Iniziò così la sua ricostruzione, meticolosa, paziente, perché nulla doveva essere diverso. Il Cammello doveva tornare come se non fosse mai sparito. E un giorno di qualche anno fa’, per le vie del paese, si udì nuovamente il ritmo dei tamburi e qualcuno riprese a gridare “Arriva il Cammello!”

Come tanti centri nel sud, anche Filadelfia ritrova i suoi abitanti d’estate. Nativi e oriundi, figli e nipoti, tornano per rivedere la loro casa o quella dei nonni, per mangiare ancora i fileja col sugo di carne e per ballare col Cammello. Già, quello strano animale dal collo lungo e i denti che sbattono come se ti volessero addentare, capace però, di ricordare a tutti la propria infanzia, quando ci si chiedeva con stupore se quello strano coso fosse vero nonostante spuntassero due scarpe da sotto il mantello.

È la forza delle radici, è il richiamo della memoria, è la magia dei riti popolari.              Reportage Luglio 2018

 

RIDERS – Generazione Low Cost

Chi sono i Riders? Come lavorano? Sono manager di se stessi o sfruttati da veri manager?
Nel tempo della Gig economy, della economia della rete e dei “lavoretti”, la precarietà assume un nuovo volto e presenta un futuro mercato del lavoro ancora più incerto e inquietante.
Reportage sui fattorini del cibo e sul conflitto che si diffonde nelle più grandi città italiane per comprendere meglio come funzionano gli algoritmi applicati ai lavoratori e come gli stessi lavoratori si organizzano autonomamente.


Il conflitto nel tempo della Gig Economy

C’era un tempo in cui esistevano le lotte dei lavoratori e a vederli nelle strade o davanti alle fabbriche con gli striscioni e le bandiere parevano invincibili, anche se poi non riuscivano a vincere sempre. C’era un tempo in cui esistevano i sindacati che univano i lavoratori, che educavano alla lotta e alla solidarietà, e si respirava dignità e speranza in mezzo a loro come se le cose potessero realmente cambiare. C’era un tempo in cui si scioperava e quando lo si faceva ne parlavano tutti e non certo per il treno che non si era potuto prendere, bensì per le cose che si voleva ottenere. C’era un tempo in cui la gente faceva politica e ne parlava senza vergogna, al bar, per la strada, perfino allo stadio, e ci si accendeva ancor più di un gol di Pulici, e si litigava, si discuteva con passione su come le cose dovessero trasformarsi e i problemi risolversi.

C’era un tempo in cui le parole erano cariche di significato e vi erano persone che sapevano incarnarne il senso come se fossero nate per rappresentarle. Apparivano poco in televisione, ma potevi ascoltarle nelle piazze delle città e dei paesi, ed erano piazze colme di gente.

In quel tempo, quasi nessuno conosceva le parole dell’inno nazionale e quando lo si sentiva si stava tutti zitti e qualcuno intonava al massimo la prima strofa. Il mondo non era migliore e molte delle cose che per noi oggi sono scontate non lo erano affatto, ma si aveva la sensazione di non essere soli, di non essere invisibili agli occhi della società.

Pensavo questo mentre camminavo con passo veloce insieme ad Angelo, Amir e Gian Marco, per raggiungere il Policlinico di Milano dove era ricoverato Francesco, il fattorino di Just Eat che ha subito l’amputazione di un piede a seguito di un incidente sul lavoro.

Vengono chiamati riders e vengono considerati manager di se stessi dalle aziende per cui lavorano, anzi, per cui svolgono dei lavoretti correndo in bicicletta o col motorino. Le aziende, in realtà, sono piattaforme web a cui ci si iscrive e da cui si riceve la distribuzione del lavoro tramite algoritmi che premiano la massima flessibilità e velocità con pochi euro a consegna. Francesco correva per una di esse, portando una scatola colorata sulle spalle col pasto ancora caldo da consegnare prima che la striscia del tempo segnata sul suo cellulare, costantemente collegato alla piattaforma digitale, diventasse rossa e iniziasse a lampeggiare come un allarme antincendio. Presto, o finirai per scontentare il “consumatore” e per perdere punti nella graduatoria che l’algoritmo calcolerà per assegnarti altri “lavoretti”. Nessun contratto di lavoro nazionale per questi fattorini. Non ne hanno bisogno, dicono i dirigenti delle aziende, perché oggi è il tempo della libertà, della autonomia, della flessibilità, non più richiesta dal datore di lavoro, ma dal lavoratore stesso, felice di pedalare come libero imprenditore.

Chissà cosa avrebbe detto mio padre? Anche lui si occupava della “polis”, dei problemi della comunità, perché era convinto che lo riguardassero sempre, anche quando non ne era direttamente coinvolto.

Anche Angelo, Amir e Gian Marco si sentono coinvolti, proprio come mio padre, e camminano veloci sotto il sole per portare la loro solidarietà a Francesco e dirgli che faranno un presidio davanti al Comune per chiedere di essere riconosciuti lavoratori e non imprenditori, per avere un contratto e una assicurazione generale, ma con loro non ci sono i grandi sindacati, né partiti politici che si battono per il diritto al lavoro.

Sono soli, auto-organizzati insieme ad altri fattorini e lavoratori precari solidali, capaci di trovarsi la sera per parlare dei loro problemi, per condividerli, per aiutarsi, per organizzarsi e avanzare richieste. Hanno capito che soli sono sconfitti e non potranno fare altro che adeguarsi. Oggi due euro a consegna, domani mezzo chilo di patate e un tozzo di pane.

DELIVERANCE Reportage.Movie_Istantanea

“Deliverance Milano” è il nome del collettivo che si sono dati e da oltre un anno lottano insieme per chiedere di essere riconosciuti lavoratori subordinati quali sono di fatto, anche se non legalmente. Lavoratori subordinati alla organizzazione del lavoro prodotta dalla azienda e non certo dal loro cellulare e dalla bicicletta.

Quando entriamo nella stanza, Francesco ci sorride nonostante il dolore e la madre accanto a lui ci accoglie col medesimo calore. Sulla maglietta azzurra che indossa sta il simbolo del Napoli che per poco ha perso lo scudetto a vantaggio della Juventus.

“Purtroppo devo dirti che sono juventino” confessa Angelo. “Anche mia madre lo è” risponde Francesco sorridendo. Sorridiamo anche noi.

Squilla il telefono. Francesco risponde. Lo salutiamo, gli stringo la mano e esco insieme agli altri. Riprendiamo il nostro cammino restando un po’ in silenzio, ognuno nei propri pensieri.

“E’ incredibile come sia Francesco a trasmetterti forza” dice ad un tratto Angelo.

Passiamo proprio accanto al Comune di Milano dove si terrà il presidio fra qualche ora. Adesso, però, c’è da andare a prendere gli striscioni e stampare i volantini. “Reclama i tuoi diritti!” dicono.

Oggi la società guarda con fastidio chi sciopera o occupa le strade per manifestare. Detesta qualsiasi cosa abbia sentore di istituzione, perfino un collettivo autorganizzato. Occuparsi della “Polis”, fare politica, è roba da illusi o peggio, da truffaldini, da arrivisti, insomma, affari da poltrona. Meglio starsene a casa e abbonarsi ad una pay tv.

Ma “l’isola che non c’è”, quella in cui “non ci son santi né eroi”, quella in cui “non c’è mai la guerra”, non esiste. Lo cantava Edoardo Bennato, e questi ragazzi, questi giovani nati senza più Contratti a tempo Indeterminato né art.18, lo hanno capito senza neanche ascoltare la canzone.

Nel tempo in cui abbiamo smesso di partecipare e abbiamo solo delegato, nel tempo in cui ci limitiamo a mettere il “like” su facebook, mentre perdiamo la pensione, loro hanno deciso di agire, questi fattorini e lavoratori precari hanno scelto di praticare quella cosa che è garanzia della salute di una democrazia e che le consente di trasformarsi: il conflitto.

Troviamo diverse persone al nostro ritorno, sotto Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. Ci sono biciclette e fattorini, giornalisti, solidali e ci sono le maestre precarie che rischiano di perdere il posto per una sentenza che le esclude dall’insegnamento dopo oltre dieci anni di precariato nelle scuole pubbliche.

DELIVERANCE Reportage (6).Movie_Istantanea

Mi avvicino a loro, mentre Angelo e Amir srotolano gli striscioni, e faccio l’ultima domanda.

“Cosa vi spinge ad essere solidali, ad essere qui anche se non siete fattorini?”

“Utilizzerò una parolaccia…. Solidarietà di classe. Riconosciamo nell’altro sfruttato la nostra condizione”

Di tempo ne è passato e l’Italia è cambiata, ma queste parole, ne sono certo, sarebbero piaciute a mio padre.


 

Incontro con Luca ‘O Zulù

RHO (MI) – Incontro con Luca Persico, in arte ‘O Zulù, in occasione del concerto eseguito a Rho alla vigilia del 25 aprile grazie alla organizzazione di una festa cittadina da parte di “Rho antifascista Antirazzista”. Luca ci ha raccontato del suo ultimo disco “Sono questo sono quello – Quant’ ne vuò”, frutto di un percorso di riscatto e di pace con se stesso che lo ha condotto a “mettere insieme i diversi aspetti” della sua personalità senza più conflitti.

Luca Persico_modificato-1

“La vita è nù mistero che è bello, perché è vero e va capì”

La musica e le canzoni diventano sempre nostre compagne, si legano ai nostri ricordi, accompagnano i nostri giorni e, infine, si trasformano in una colonna sonora, la nostra personale colonna sonora. Così le ricordiamo fischiettando, le scegliamo in base al nostro umore oppure ci capitano per caso come quelle che si sentono sulla spiaggia d’estate, ma restano sempre emozioni che si appiccicano ad altre emozioni, le nostre. E quando il connubio funziona, quando ci sentiamo in sintonia e bacchettiamo le dita sul volante per seguirne il ritmo, allora il nostro viaggio ha un suono che si aggiunge a quello del vento, e possiede parole che si confondono con le nostre.

Bastano poche note per ricordare, per farci sorridere o per commuoverci, per raccogliere i sogni che non abbiamo mai abbandonato o per sognare ciò che non abbiamo mai immaginato. A volte, sulle note sono le parole a conquistarci e le parole possono essere poesia, e la poesia può essere anche rabbia, riscatto, grido. Tu le ascolti e può capitare di sentirne l’eco dentro, come se ti appartenessero, come se fossero state scritte per quella volta in cui volevi “gridare fuori tutta la rabbia e uscire dalla gabbia”, come canta Luca Persico, in arte ‘O Zulù.

Già, nel mio personale viaggio, la musica e le parole di Luca e dei 99POSSE hanno uno spazio speciale. Sono come un ritornello, una tarantella, qualcosa che ritorna, che non va mai via, che non si dimentica, che si ha bisogno di riascoltare.

“Alzati, battiti, hai una sola scelta” me lo sono ripetuto più di una volta, e chi non lo avrà fatto quando cercava il coraggio per uscire dai suoi guai?

Le periferie, lo sfruttamento, l’emarginazione, i conflitti, la storia, l’identità, l’amore e l’odio, nelle parole di Luca scorrono rapide le immagini del Paese e della sua vita, fotogrammi nitidi, forti, capaci di raccontare le contraddizioni, di denunziare le ipocrisie, di sollecitare una reazione.

“E mi appartengono i morti nelle stragi di stato, assassinati, perché ho un passato, non vengo dal nulla”

Parole in italiano e parole nella sua lingua, quella di una città che ha sempre parlato al mondo anche senza volerlo, forte della sua cultura e della sua identità.

“Famiglie disgregate e a Torino, Milano, ‘o napuletano, terrone, ignorante, magnate ‘o sapone, lavate cu l’idrante e tuornatenne a casa, felice e cuntento, ce he fatto fa’ ‘e miliardi e nun he avuto niente”.

Il tempo passa e la discriminazione cambia. Quelli brutti, sporchi e cattivi sono altri oggi, sono quelli che vengono dal mare, dove “si muore cercando salvezza in un filo di brezza che ci indichi la direzione”

Oggi Luca canta Sono questo sono quello – quant’ ne vuò, frutto di un precedente progetto da solista che recitava “S(u)ono questo e s(u)ono quello”, e quando ho appreso che avrebbe suonato vicino Milano, a Rho, in occasione di una festa antifascista alla vigilia del 25 aprile, non ho avuto dubbi. Ho caricato le batterie, pulito l’obiettivo e mi sono presentato puntuale davanti al palco per riprendere il suo concerto.

E mentre stavo lì ad aspettare, mi domandavo perché non stringergli la mano e, magari, perché non intervistarlo. Già, che bello che sarebbe!

Continua a leggere “Incontro con Luca ‘O Zulù”

Reportage diAlfredoComito

Reportage Il desiderio di raccontare la realtà

Reportage diAlfredoComito

Il desiderio di raccontare la realtà va al di là dei singoli fatti, della cronaca stringente, e abbraccia la società, i luoghi, le storie e i personaggi. Reportage nasce per questo. Dopo anni di cronaca sui conflitti, sulla politica, sulla città, ho pensato fosse giunto il momento di ritagliarmi uno spazio per condividere, con chi vorrà, la mia curiosità per ciò che ci circonda, che si intravede sullo sfondo o che sta oltre l’orizzonte. Del resto, i fatti che compongono nel loro insieme la storia, non possono essere ridotti alle date o ai titoli principali. I fatti, come tutti i fatti, sono composti da molte storie, da altrettante azioni, da numerosi incontri, da diverse parole, musica, tradizioni, avventure e personaggi. Ed è bene non procedere mai solo in linea retta, ma zizzagare, spostarsi di lato, esplorare senza pregiudizi. Infatti, come diceva il grande Antonio De Curtis, in arte Totò, “è la somma che fa il totale”.

Questo è il viaggio e ogni viaggio ha un inizio e le prime parole sono per tutti coloro che si sono resi disponibili, ai protagonisti dei racconti. Grazie. Ora tocca alle immagini