ROGHUDI – Per amore di uno Scatto

A chi non capita oggi di fare una foto? Basta accendere il proprio cellulare, selezionare l’applicazione e poi inquadrare il soggetto. Il programma elettronico ricrea perfino il suono del click che fanno le macchine fotografiche per trasmetterci l’emozione dello scatto. Bella o brutta che sia, perfetta nei pixel o nella esposizione, la fotografia ci ha conquistati dalla sua nascita, risponde allo stesso bisogno umano che generò i graffiti sulle rocce, che scolpì le pietre, che affrescò mura e dipinse tele bianche. Il bisogno di comunicare, di rappresentare, di emozionare, di manifestare l’immaginazione, di esplorare noi stessi.
Viaggio nel Parco Nazionale dell’Aspromonte con il gruppo fotografico Fata Morgana alla scoperta di luoghi e paesaggi per amore di uno Scatto.

ROGHUDI (RC) – Vengono chiamati “paesi fantasma” e ognuno di essi ha la sua storia. Le strade vuote, le case diroccate, i resti di ciò che fu vita un tempo risuonano nel silenzio, interrotto dal calpestio dei cocci allorquando violiamo il loro lento appassire. Si prova quasi pudore nel farlo, come se entrassimo senza permesso nella vita degli altri, senza bussare alla porta. Ma la porta non c’è più e la cornice di legno è ormai consumata dalla pioggia e dal vento. Ciò che resta è la nostra curiosità, il bisogno di scoprire e di rappresentare a nostra volta, di musicare magari, oppure scrivere o fotografare, poiché, che se ne sia consapevoli o meno, nasciamo tutti artigiani, capaci di limare le pietre così come di immaginare ciò che non si vede.

Penso questo, mentre mi aggiro fra i ruderi di Roghudi insieme al gruppo fotografico Fata Morgana. Cerco di catturare delle immagini mosso dalla stessa curiosità dei miei amici, giunti sino a lì per amore di uno scatto. Il panorama è superbo e la luce intensa. Il paese, arrampicato su un rupe di arenaria ai margini della fiumara Amendolea, richiama alla mente i disegni di Edward Lear eseguiti durante il suo viaggio in Calabria nel 1847, o le pagine scritte da Corrado Alvaro sulla vita in Aspromonte, ma ciò che ognuno di noi vede dall’occhiello della fotocamera è diverso, unico. Corrisponde al proprio punto di vista, a ciò che gli occhi vedono col cuore, con l’emozione improvvisa che cattura un istante.

Un vecchio pergolato è sopravvissuto in un angolo del paese e alcuni grappoli d’uva pendono dal tetto di rami e vecchie travi di legno. Il pendio è ripido oltre il muretto di pietra e si sente il suono dell’acqua scorrere in fondo, fra le rocce e gli arbusti che ricoprono le alture intorno. La vita da queste parti non è stata certo facile, ma necessariamente dura per difendersi dalle incursioni sulle coste dei saraceni prima e per sopportare, poi, la povertà indotta dal grande latifondo che dominò il sud sino al 1959. Come sappiamo, l’unità d’Italia non liberò il popolo del sud, ma poggiò proprio sulla conservazione dello status quo dei vecchi baroni e dei loro latifondi.

Roghudi – vista sulla fiumara Amendolea

Ma Roghudi non si trasformò in un paese fantasma per questo. La sua storia cambiò d’improvviso, più velocemente di quanto l’emigrazione all’estero o nel nord d’Italia potesse fare. Per timore di cedimenti e crolli, il paese fu evacuato intorno al 1970. Le case furono chiuse e col tempo abbandonate. I ganci di ferro alle sue mura, a cui si narrava venissero legati i bambini perché non cadessero nel dirupo sottostante, si arrugginirono e la testa del Drako in cima alla collina smise di difendere il suo tesoro dalle minacce degli avidi malvagi. Roghudi si spense nel silenzio e le sue leggende si persero nel vento che continua a soffiare sulla fiumara.

Ora ci sono i nostri passi sui suoi sentieri. Un sole caldo ci accompagna insieme al canto dei grilli su per la Rocca del Drako. I suoi occhi ci guardano indifferenti. Il suo tempo non è il nostro e la sua magia durerà per molto ancora. Salgo sul crinale per raggiungere Francesco e Domenico. Da lì si vede lontano e la testa del Drako pare un gigante fra giganti. Ora lo vedo anch’io dall’occhio della telecamera e non resisto. Schiaccio rec, e anch’io tento di catturare quel istante.

Roghudi

Quel istante, ora, è già passato, è già immagine, è già quadro, è fotogramma di un dettaglio,  somma di contrasti, di ombre, luci e colori che rivelano qualcosa, che raccontano un viaggio e un tempo, quello delle emozioni che tentiamo di catturare come fossero fiori che non appassiscono mai.

Alfredo Comito

Ringraziamenti – Si ringrazia il gruppo fotografico FATA MORGANA D.L.F. di Reggio Calabria. In particolare, Federico Santo, Labate Domenico, Laganà Francesco, Laganà Laura, Orlando Antonella, Sgrò Silvana, per la disponibilità, e generosità con le quali hanno contribuito alla realizzazione del reportage.

COVID-19 STORIE DI SOLIDARIETA’

Confinamento, resilienza, quarantena, autocertificazione, R con zero, mascherine, FFP2, eroi… Cosa ci lascia l’esperienza della pandemia? Siamo un po’ cambiati o stiamo tornando come prima? E prima com’era? Reportage su una storia di solidarietà nata, come tante altre, dalla volontà di aiutare il prossimo, di non restare indifferenti, di non aspettare inermi la fine di una crisi sanitaria e sociale che fa già parte della storia dell’umanità.

Reportage – durata 12 minuti

Segrate (MI) – Siamo nel pieno della pandemia, coi bollettini medici che misurano la crescita dei contagi e con l’esercito inviato nelle aree più colpite per trasportare le bare dei morti e per mettere in piedi ospedali da campo. La zona rossa è tutta Italia. Le strade sono deserti di asfalto e il silenzio domina lo spazio oltre le nostre finestre. Ogni tanto si ode la sirena dell’ambulanza che risuona come un allarme aereo prima del bombardamento. Ma le bombe che cadono non fanno rumore, né distruggono le case. In silenzio colpiscono le persone a centinaia, a migliaia, lasciandole sui letti degli ospedali o delle case di riposo. Allo stesso tempo, senza alcun fragore, svuotano le dispense di molti altri, rompono i salvadanai, disperdono la speranza, incatenano alla miseria, al bisogno di aiuto. La Lombardia è la regione più colpita e Milanononsiferma si trasforma subito Milano S.O.S.

CSA Baraonda – Segrate (MI)


Così, mentre gli infermieri, i medici e tutti i lavoratori ritenuti indispensabili sfidano il contagio, nelle periferie della città e della metropoli nascono le Brigate di solidarietà che si organizzano per raccogliere e distribuire beni d’ogni genere a coloro che la pandemia ha reso più poveri di prima, senza lavoro né cassa integrazione. Il “Pane quotidiano”, storico centro di aiuti milanese per i più indigenti, è ormai chiuso e non riesce più a rispondere ai bisogni di tutti i suoi utenti. Serve qualcuno che distribuisca porta a porta, che raccolga le domande e organizzi il servizio. Serve un centralino e una banca dati, serve collegare chi dona a chi riceve, serve entusiasmo e buona volontà, generosità e coraggio.
A Segrate, nei pressi dell’aeroporto di Linate ormai silenzioso quanto il viale che lo collega al ventre di Milano, un gruppo di ragazzi del Centro Sociale Autogestito Baraonda, si ritrovano con il medesimo desiderio. Fare qualcosa, aiutare chi ha più bisogno. Di Segrate era anche il giovane Arcide Cristei che, poco più che diciottenne, rischiava la propria vita per portare i viveri ai partigiani. Nessun fucile per lui. Le sue armi erano la velocità e il coraggio, ciò che i ragazzi hanno quando occorre agire per una causa, per un ideale, per un sogno che si vuole realizzare. Arcide cadde in un agguato fascista, ma il suo coraggio ritrova vita nei cuori dei ragazzi del CSA Baraonda.

Brigata Arcide Cristei


Brigata Arcide Cristei, questo sarà il loro nome. Nessun fucile neanche per loro, ma solo gambe e coraggio. “La normalità era il problema è lo slogan perfetto” dice Johanna alla fine della nostra chiaccherata. “Spero di migliorare quella che prima era normalità, perché tutte le problematiche che ci sono adesso non sono solo ed esclusivamente a causa del virus” aggiunge. “Spero vivamente che non si torni alla normalità precedente, ma a una nuova normalità” conclude.
Di sicuro le cose sono già cambiate, e ancora più cambieranno nei prossimi mesi. Se poi sarà in meglio o in peggio, ancora non lo sappiamo. Ci vorrà tempo per vedere, ma parlando coi militanti della Brigata ho capito una cosa. Date la possibilità ai giovani di fare qualcosa e il mondo cambierà realmente, perché appartiene a loro l’energia del futuro. E di questo, ne son certo, ne è sicuro anche Arcide Cristei.

Alfredo Comito

GRAFFITI – Storie di Strada

Cemento e mura, vagoni e cavalcavia, sono tele per i graffiti. Lettere, scritte, firme, disegni, le impronte dei graffitari sono libera espressione o tracce dell’esistenza? Cosa li spinge a lasciare il segno? Arte o identità? Reportage sui graffiti, segni dalle radici lontane, detestati da alcuni e amati da altri, per comprendere qualcosa in più delle loro tracce.

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Appaiono d’improvviso. La sera prima non c’era nulla e ora vedo un disegno sul muro. A guardar bene è un sequela di lettere colorate, fiammeggianti, toni decisi e armoniosi. Una firma, una grande firma sotto il viadotto ferroviario. Sono graffiti, tracce sulla strada, segni di una presenza.

Qualcuno li detesta e ufficialmente sono vietati, ma io ne sono stato sempre attratto e una sera, passando sotto il viadotto ferroviario, ho visto qualcuno che stava abbozzando un graffito e mi sono fermato.

Dopo aver tracciato qualche linea si è arrestato a pensare. Un passo indietro per osservare l’insieme ed è ripartito con la bomboletta in mano. Ogni traccia, ogni striscia di colore aveva un suono, il sibilo del gas che fuoriusciva dalla bomboletta. Breve, intenso, lungo, parallelo ad ogni pennellata.

Reportage GRAFFITI (2).Movie_Istantanea

Il nudo cemento sotto il viadotto è stato giudicato “libero” dal Comune di Milano e molti graffitari sono già passati per riempire ogni suo centimetro disponibile, ma non sempre è così. Il graffito, il segno, la traccia, ha radici lontane e ha sempre espresso il bisogno di affermare la propria presenza, di marcare la propria identità e il territorio in cui si vive, spinti da esigenze diverse di tempo in tempo, ma sempre connesse alle condizioni sociali, al senso di inclusione ed emarginazione, alla necessità innata dell’essere umano di affermare il dogma “io sono, quindi esisto”.

Nel tempo della realtà digitale che ha modificato la percezione del tempo e dello spazio rendendoci l’illusione di un eterno presente nel quale siamo tutti connessi, i graffiti sembrerebbero relegati a pratiche del passato, quando la realtà era unicamente fisica, concreta come un segno sul muro, ma la loro presenza e rinascita, ci dimostra il contrario e ci induce a riflettere sulla c.d. “società liquida”, termine coniato da Zygmunt Bauman per indicare una società, quella moderna, nella quale ciò che conta è solo il consumismo e l’apparire a tutti i costi, sospinti da un individualismo sfrenato.

In un mondo che ha perso le sue certezza, che non ha più comunità né idee, il liquido presente genera stagnazione del pensiero, senso di emarginazione, di esclusione dal gruppo, di sconfitta nella globale competizione individuale.

I graffiti, che si possano giudicare legali o illegali, forme di arte o pura espressione, contengono tutto questo e il loro apparire mi ricorda che gli esseri umani restano animali sociali e, pertanto, manifestano malessere a vivere senza radici, senza spiritualità, senza comunità, senza identità, senza il tempo e lo spazio.

Nonostante siamo indotti a credere che tutto questo non serva più, che grazie al nostro smartphone possiamo accedere a tutto e adesso, senza intermediari, senza filtri, senza competenze, senza fatica, la realtà è diversa e il vero rischio della iper-connessione sembra essere piuttosto quello di perdere la connessione con la dimensione reale, quella in cui le cose si costruiscono, segno dopo segno, come fa il graffitaro davanti a me.

Si chiama Antoine e viene dalla Francia, vicino Parigi. Forse perché straniero, ha meno diffidenza nel parlare e nel lasciarsi intervistare. Del resto, non tutti i muri della città sono dichiarati “liberi” e lo stato giuridico d’illegalità nel quale spesso si trova chi produce graffiti altrove, rende molto prudenti i graffitari.

Antoine mi racconta il suo inizio e mi parla dei suoi progetti, mentre i treni scorrono sopra le nostre teste. Vuole divertirsi e comunicare qualcosa alla gente che vedrà la sua opera. Qualcosa che riguarda il percorso che ognuno di noi fa nella vita, tra alti e bassi, speranze e delusioni. Viene da Malta dove ha realizzato un’opera su un muro e dove ha conosciuto altri writers. Fa freddo ormai, ed è ora per Antoine di indossare i guanti.

“L’alluminio delle bombolette è freddo e il gas che esce lo è ancora di più” mi dice sorridendo.

Ha molto entusiasmo Antoine e la sua passione mi permettere di sentire cosa dice, di voler capire di più.

“Domani c’è l’ultimo giorno del Graffiti BlockParty a Milano” aggiunge.

Qualcuno dice che niente accade per caso, e in certe occasioni viene proprio da crederci. Traverso la città con Antoine per raggiungere il Ponte della Ghisolfa. Sotto gli echi del traffico perenne, una squadra di graffitari si ritrova per completare le opere disegnate sulle mura di un altro angolo di Milano dichiarato “libero”.

In barba alla società liquida, i graffitari che incontriamo sono comunità. Un caffè per riscaldarsi, una stretta di mano per conoscersi, e le mura prendono colore. Alcuni di loro rispondono alle mie domande, ma non desiderano apparire. Vogliono solo lasciare la loro traccia sullo spazio di una parete sino al tempo in cui una altra traccia la coprirà.

RIDERS – Generazione Low Cost

Chi sono i Riders? Come lavorano? Sono manager di se stessi o sfruttati da veri manager?
Nel tempo della Gig economy, della economia della rete e dei “lavoretti”, la precarietà assume un nuovo volto e presenta un futuro mercato del lavoro ancora più incerto e inquietante.
Reportage sui fattorini del cibo e sul conflitto che si diffonde nelle più grandi città italiane per comprendere meglio come funzionano gli algoritmi applicati ai lavoratori e come gli stessi lavoratori si organizzano autonomamente.


Il conflitto nel tempo della Gig Economy

C’era un tempo in cui esistevano le lotte dei lavoratori e a vederli nelle strade o davanti alle fabbriche con gli striscioni e le bandiere parevano invincibili, anche se poi non riuscivano a vincere sempre. C’era un tempo in cui esistevano i sindacati che univano i lavoratori, che educavano alla lotta e alla solidarietà, e si respirava dignità e speranza in mezzo a loro come se le cose potessero realmente cambiare. C’era un tempo in cui si scioperava e quando lo si faceva ne parlavano tutti e non certo per il treno che non si era potuto prendere, bensì per le cose che si voleva ottenere. C’era un tempo in cui la gente faceva politica e ne parlava senza vergogna, al bar, per la strada, perfino allo stadio, e ci si accendeva ancor più di un gol di Pulici, e si litigava, si discuteva con passione su come le cose dovessero trasformarsi e i problemi risolversi.

C’era un tempo in cui le parole erano cariche di significato e vi erano persone che sapevano incarnarne il senso come se fossero nate per rappresentarle. Apparivano poco in televisione, ma potevi ascoltarle nelle piazze delle città e dei paesi, ed erano piazze colme di gente.

In quel tempo, quasi nessuno conosceva le parole dell’inno nazionale e quando lo si sentiva si stava tutti zitti e qualcuno intonava al massimo la prima strofa. Il mondo non era migliore e molte delle cose che per noi oggi sono scontate non lo erano affatto, ma si aveva la sensazione di non essere soli, di non essere invisibili agli occhi della società.

Pensavo questo mentre camminavo con passo veloce insieme ad Angelo, Amir e Gian Marco, per raggiungere il Policlinico di Milano dove era ricoverato Francesco, il fattorino di Just Eat che ha subito l’amputazione di un piede a seguito di un incidente sul lavoro.

Vengono chiamati riders e vengono considerati manager di se stessi dalle aziende per cui lavorano, anzi, per cui svolgono dei lavoretti correndo in bicicletta o col motorino. Le aziende, in realtà, sono piattaforme web a cui ci si iscrive e da cui si riceve la distribuzione del lavoro tramite algoritmi che premiano la massima flessibilità e velocità con pochi euro a consegna. Francesco correva per una di esse, portando una scatola colorata sulle spalle col pasto ancora caldo da consegnare prima che la striscia del tempo segnata sul suo cellulare, costantemente collegato alla piattaforma digitale, diventasse rossa e iniziasse a lampeggiare come un allarme antincendio. Presto, o finirai per scontentare il “consumatore” e per perdere punti nella graduatoria che l’algoritmo calcolerà per assegnarti altri “lavoretti”. Nessun contratto di lavoro nazionale per questi fattorini. Non ne hanno bisogno, dicono i dirigenti delle aziende, perché oggi è il tempo della libertà, della autonomia, della flessibilità, non più richiesta dal datore di lavoro, ma dal lavoratore stesso, felice di pedalare come libero imprenditore.

Chissà cosa avrebbe detto mio padre? Anche lui si occupava della “polis”, dei problemi della comunità, perché era convinto che lo riguardassero sempre, anche quando non ne era direttamente coinvolto.

Anche Angelo, Amir e Gian Marco si sentono coinvolti, proprio come mio padre, e camminano veloci sotto il sole per portare la loro solidarietà a Francesco e dirgli che faranno un presidio davanti al Comune per chiedere di essere riconosciuti lavoratori e non imprenditori, per avere un contratto e una assicurazione generale, ma con loro non ci sono i grandi sindacati, né partiti politici che si battono per il diritto al lavoro.

Sono soli, auto-organizzati insieme ad altri fattorini e lavoratori precari solidali, capaci di trovarsi la sera per parlare dei loro problemi, per condividerli, per aiutarsi, per organizzarsi e avanzare richieste. Hanno capito che soli sono sconfitti e non potranno fare altro che adeguarsi. Oggi due euro a consegna, domani mezzo chilo di patate e un tozzo di pane.

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“Deliverance Milano” è il nome del collettivo che si sono dati e da oltre un anno lottano insieme per chiedere di essere riconosciuti lavoratori subordinati quali sono di fatto, anche se non legalmente. Lavoratori subordinati alla organizzazione del lavoro prodotta dalla azienda e non certo dal loro cellulare e dalla bicicletta.

Quando entriamo nella stanza, Francesco ci sorride nonostante il dolore e la madre accanto a lui ci accoglie col medesimo calore. Sulla maglietta azzurra che indossa sta il simbolo del Napoli che per poco ha perso lo scudetto a vantaggio della Juventus.

“Purtroppo devo dirti che sono juventino” confessa Angelo. “Anche mia madre lo è” risponde Francesco sorridendo. Sorridiamo anche noi.

Squilla il telefono. Francesco risponde. Lo salutiamo, gli stringo la mano e esco insieme agli altri. Riprendiamo il nostro cammino restando un po’ in silenzio, ognuno nei propri pensieri.

“E’ incredibile come sia Francesco a trasmetterti forza” dice ad un tratto Angelo.

Passiamo proprio accanto al Comune di Milano dove si terrà il presidio fra qualche ora. Adesso, però, c’è da andare a prendere gli striscioni e stampare i volantini. “Reclama i tuoi diritti!” dicono.

Oggi la società guarda con fastidio chi sciopera o occupa le strade per manifestare. Detesta qualsiasi cosa abbia sentore di istituzione, perfino un collettivo autorganizzato. Occuparsi della “Polis”, fare politica, è roba da illusi o peggio, da truffaldini, da arrivisti, insomma, affari da poltrona. Meglio starsene a casa e abbonarsi ad una pay tv.

Ma “l’isola che non c’è”, quella in cui “non ci son santi né eroi”, quella in cui “non c’è mai la guerra”, non esiste. Lo cantava Edoardo Bennato, e questi ragazzi, questi giovani nati senza più Contratti a tempo Indeterminato né art.18, lo hanno capito senza neanche ascoltare la canzone.

Nel tempo in cui abbiamo smesso di partecipare e abbiamo solo delegato, nel tempo in cui ci limitiamo a mettere il “like” su facebook, mentre perdiamo la pensione, loro hanno deciso di agire, questi fattorini e lavoratori precari hanno scelto di praticare quella cosa che è garanzia della salute di una democrazia e che le consente di trasformarsi: il conflitto.

Troviamo diverse persone al nostro ritorno, sotto Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. Ci sono biciclette e fattorini, giornalisti, solidali e ci sono le maestre precarie che rischiano di perdere il posto per una sentenza che le esclude dall’insegnamento dopo oltre dieci anni di precariato nelle scuole pubbliche.

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Mi avvicino a loro, mentre Angelo e Amir srotolano gli striscioni, e faccio l’ultima domanda.

“Cosa vi spinge ad essere solidali, ad essere qui anche se non siete fattorini?”

“Utilizzerò una parolaccia…. Solidarietà di classe. Riconosciamo nell’altro sfruttato la nostra condizione”

Di tempo ne è passato e l’Italia è cambiata, ma queste parole, ne sono certo, sarebbero piaciute a mio padre.