FASE 2 MISURE ECONOMICHE – E’ già conflitto

Come ripartire da una crisi economica e sociale così grave? Tornare a produrre come prima o ripensare il modello di sviluppo? Le nostre priorità sono le stesse di prima o sono cambiate? Come convivere con il Covid-19 e come garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro?
Le domande sono molte e le risposte dipenderanno dal conflitto che si è aperto in Europa e che si sta sviluppando in Italia. La Confindustria, con il suo Presidente Carlo Bonomi, ha già preso posizione. Più “soldi” alle imprese, meno tasse e sospensione dei contratti nazionali di lavoro. Abbiamo intervistato Mattia Scolari, Segretario della CUB Milano, e ascoltato le sue risposte. La Fase 2 è appena iniziata, ma è già conflitto.

Presentata come poco più di una influenza, l’onda del Covid-19 ha travolto tutti e si è dimostrata per ciò che è. Una pandemia provocata da un virus aggressivo e sconosciuto che ha causato oltre 30 mila morti in Italia.
Durante le lunghe settimane di isolamento, molti hanno patito la chiusura delle attività, altri la perdita del lavoro, altri ancora la assoluta mancanza di un reddito, e altri, invece, hanno continuato a lavorare con scarse misure di sicurezza per proseguire quelle attività che sono state ritenute essenziali.
Sono stati appellati eroi, richiamati nelle pubblicità, citati dai parlamentari e ringraziati dal Presidente del Consiglio Conte, ma dopo quasi tre mesi, all’alba della Fase 2, la cosiddetta “ripartenza”, scopriamo di averli quasi dimenticati.
Davanti alle misure economiche disposte dal Governo sono magicamente riapparse tensioni politiche, veti e divieti, polemiche in tv e assalti alla diligenza.

Il tempo degli “eroi” è già finito

Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, ha duramente criticato le misure di sostegno al reddito disposte dal Governo per i lavoratori in difficoltà, dalla Cassa integrazione al Bonus per gli autonomi, perché ritenute dispersive, o meglio, perché sono una “distribuzione di denaro a pioggia”. E vuole essere preciso Bonomi, “si badi bene, si tratta di soldi presi a prestito”.
Secondo il Presidente di Confindustria, invece, lo sforzo economico dello Stato andrebbe concentrato sulle imprese attraverso interventi fiscali e finanziari. In altri termini, più soldi a fondo perduto e meno tasse.
Intanto, FCA, quella che un tempo chiamavamo FIAT, ha subito presentato domanda per 6 miliardi di euro di prestito garantito dallo Stato, nonostante abbia spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra, e nonostante abbia drasticamente ridotto la produzione di auto in Italia, superata nell’ordine da Regno Unito, Francia, Spagna e Germania, prima nella classifica europea.
Pare evidente come, se a reclamare aiuti economici sono le imprese, i “soldi presi a prestito” non sono più un problema. Del resto, se il peso di quei soldi e delle loro garanzie ricadrà sul debito pubblico (oggi salito oltre il 150%), e quindi sulla collettività, è evidente che non costituiscono più un problema per gli industriali.
In fondo, a pensarci bene, dipende tutto dal proprio punto di vista.

Jhon Elkann – Presidente di FIAT Chrysler


Quello di Bonomi è chiaro. Investire sul sistema produttivo. Bisogna concentrare gli sforzi. Bisogna recuperare il prima possibile livelli di produttività e mercati, e per questo Bonomi è pronto a sospendere i Contratti di Lavoro Nazionali per addivenire ad accordi azienda per azienda, secondo il modello Marchionne per intenderci.
“Il Governo agevoli” un confronto in questo senso, arringa Carlo Bonomi intervistato dal Sole24Ore e dal Corriere.it., “per ridefinire turni, orario di lavoro settimanale (…) in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali”.
Insomma, la ricetta che presenta Bonomi è quella di aiutare le imprese perché esse aiuteranno la crescita, quindi l’occupazione, quindi il PIL. Mancano solo due parole perché sia perfetta.
Dovere e sacrificio.
Ed ecco che Bonomi le pronuncia. Ci aspetta, dice, “una stagione di doveri e sacrifici”.
E allora sarebbe una ricetta ancora vendibile se non fosse, però, che sa di usato. Infatti, è una ricetta già ascoltata, anzi più volte ripetuta, l’ultima nel 2010, a seguito della crisi finanziaria del 2008. Rigore e sacrifici, tagli e flessibilità, pensioni e art.18, grandi opere e sostegno alle imprese. L’arcobaleno poi, è sicuro, tornerà a risplendere per tutti. Purtroppo, è arrivato il Covid-19 e ha rovinato la festa, proprio quando stavamo stappando la bottiglia.
Qualcosa di simile, ricordo, accadde anche nella seconda metà degli anni ’90, quando il Governo Prodi ci condusse alla moneta unica europea, nel recinto dei suoi parametri. Staremo meglio e lavoreremo meno, annunziava con pacatezza. Anche allora era prevista una Fase 2. La prima, fu quella dei sacrifici. La seconda, invece, non arrivò mai. Cadde il Governo e non si seppe mai dove finì l’arcobaleno.
Di certo, questa volta Conte ha cercato di non dimenticare nessuno nella lista degli aiuti di stato durante l’ultima messa in onda. Le misure sono ingenti, ma probabilmente insufficienti se consideriamo le condizioni del Paese.
L’Italia paga oltre 30 anni di smantellamento del sistema pubblico, dalla Sanità alla scuola, dai trasporti alle infrastrutture, registra Il più basso tasso di investimento in Europa su ricerca e università, perni fondamentali per il futuro, ha visto la perdita della grandi aziende, perché hanno spostato la sede legale e fiscale all’estero o perché hanno ceduto il passo alle multinazionali straniere nella logica della globalizzazione. A questo va aggiunto il grave peso della evasione fiscale e delle infiltrazioni mafiose che inquinano il tessuto sociale ed economico con alte perdite per i bilanci dello Stato e per la reale competitività delle imprese.

“Andrà tutto bene” se…


Dunque, ora bisognerà ricostruire oltre che ripartire, perché le cose possano veramente andare bene come scritto sui lenzuoli appesi nelle prime settimane sui balconi di tutta Italia.
Bisognerà ricostruire una sanità pubblica che salvaguardi il diritto alla salute dei cittadini. Altrettanto andrà fatto sulle scuole, imbottite di insegnanti precari e povere di mezzi, con edifici vetusti e non a norma, con aule sovraffollate che non potranno riproporsi.
Bisognerà sostenere chi ha perso il lavoro, chi non ha più reddito, chi non vuole più morire sul lavoro e chi lavora senza alcun contratto e paga garantita. Bisognerà salvare il sistema produttivo nel suo insieme per evitare il pericolo di una ulteriore esplosione della disoccupazione e delle povertà, che azzererebbe i consumi innescando un circolo vizioso ed estremamente deleterio.
Se a tutto ciò aggiungiamo la questione climatica, per niente svanita dall’orizzonte degli eventi, il quadro è molto più che difficile. Le foto satellitari hanno dimostrato come la regione più inquinata di Europa, la pianura padana, abbia registrato un significativo calo delle polveri sottili durante il periodo di arresto e confinamento.
Sia ben chiaro, non tutto si è fermato, soprattutto in Lombardia, ma è evidente dai dati che la qualità dell’aria tendeva a migliorare e con essa, anche la salute dell’ambiente.


Insomma, bisognerebbe anche pensare a cosa produrre, avere il coraggio di cogliere questa drammatica esperienza collettiva per ripensare alle priorità e agli equilibri del sistema, per immaginare un nuovo modello di sviluppo, più equo e rispettoso dell’ambiente.
È questo ciò che si ode dal basso, dai quartieri, dalle assemblee virtuali dei lavoratori, degli insegnanti, delle associazioni che in questi mesi si sono fatte carico di reperire soldi e cibo per distribuire pacchi alimentari.
Sì, l’Europa ha fatto un passo, di lato, alla faccia dei rigidi parametri sul deficit e alla faccia della austerità. Un fondo comune per i lavoratori che hanno perso il lavoro, meno regole sul MES utilizzato per investimenti sulla sanità, un debito condiviso, il Recovery Fund, ancora da definire, ma di certo oltre ogni ipotesi prima della pandemia.
Ma questo passo, a guardarlo bene, appare come l’atto di un conflitto in seno alla UE, come uno scontro fra due stili di capitalismo, tra coloro che difendono la rigidità dei parametri monetari per favorire la concentrazione del potere economico in una ristretta area del continente, e chi, invece, vuole liberarsi della austerità per ridare fiato al progetto della UE e alla sua politica di crescita economica, al fine di poter contare nello scontro con le grandi potenze economiche.
Insomma, gli uni e gli altri perseguono fini diversi, ma con gli stessi strumenti. Produttività, flessibilità, consumi, profitto, conquista dei mercati, egemonia economica.
Proprio ciò che una larga parte della società ha messo in discussione, sebbene nel silenzio del confinamento. Il ricordo dei morti, degli errori, degli eroi e dei caduti, è ancora vivo, fresco nella memoria di molti, tra i tanti che in questi giorni hanno ripreso a lavorare o ci stanno provando.

Il coraggio di cambiare


Vive la consapevolezza che questa esperienza definisce un prima e un dopo, che le scelte che si faranno saranno determinanti per la qualità della vita di tutti e che la vita stessa è un dono a cui tutti teniamo.
Un dono che dovrebbe aiutarci a ripensare il modello di sviluppo, che dovrebbe interrogarci sul dove vogliamo andare tutti insieme, che dovrebbe indurci a definire nuove priorità, a cambiare il punto di vista.
Insomma, è giusto che gli eroi tornino ad essere precari sconosciuti con salari da fame?
Possono le grandi imprese chiedere ingenti aiuti economici allo Stato e poi pretendere che lo Stato non apra bocca sulla sicurezza dei lavoratori e sulle scelte delle aziende?
In conclusione, è possibile vivere andando oltre l’idea di produrre per accrescere i consumi?
Come davanti a un bivio, quale strada imboccheremo dipenderà dai rapporti di forza che si manifesteranno nel conflitto già in essere. Carlo Bonomi ha già disposto gli scudi a testuggine come i romani, forte di un gruppo coeso. I lavoratori e i disoccupati, i precari, gli artigiani e i piccoli commercianti, sono dispersi, divisi e parcellizzati. Contano poco singolarmente sia innanzi al mercato sia davanti alla politica. A gruppi sparsi sono già apparsi nelle piazze. Distanziati, silenziosi, coi cartelli nelle mani. Ma è ancora presto per capire come andrà, se avranno la forza di fare massa o se resteranno divisi, separati da una etichetta che li definisce diversi, sebbene le loro condizioni sociali e materiali si somiglino molto, così tanto che nel ‘900 qualcuno li avrebbe appellati come “classe”.
Per il momento, si registra un solo punto in comune con Carlo Bonomi. Come lui stesso afferma, i programmi definiti prima della crisi fanno riferimento ad un “mondo che non esiste più”.

Alfredo Comito

TORNEREMO A CANTARE Bella Ciao

 

25 APRILE 2020 – Nonostante i numerosi tentativi di riscrivere la Storia, di mutarne il senso trasformandola in Festa della Libertà anziché della Liberazione, nonostante il Coronavirus e il confinamento, il 25 Aprile resta un giorno importante e vivo nella memoria popolare. Il giorno in cui si ricorda il sacrificio dei Partigiani che, lottando per la Libertà di tutti, hanno ridato dignità ad un Paese sconfitto e posto le basi della Democrazia con la Costituzione antifascista che assegna ai lavoratori la Sovranità.  Non siamo ancora giunti ad essa, ma la storia ha insegnato che nessuna conquista è stata facile e immediata. Torneremo a cantare Bella Ciao e riprenderemo il cammino che ci hanno indicato i Partigiani.

GRAFFITI – Storie di Strada

Cemento e mura, vagoni e cavalcavia, sono tele per i graffiti. Lettere, scritte, firme, disegni, le impronte dei graffitari sono libera espressione o tracce dell’esistenza? Cosa li spinge a lasciare il segno? Arte o identità? Reportage sui graffiti, segni dalle radici lontane, detestati da alcuni e amati da altri, per comprendere qualcosa in più delle loro tracce.

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Appaiono d’improvviso. La sera prima non c’era nulla e ora vedo un disegno sul muro. A guardar bene è un sequela di lettere colorate, fiammeggianti, toni decisi e armoniosi. Una firma, una grande firma sotto il viadotto ferroviario. Sono graffiti, tracce sulla strada, segni di una presenza.

Qualcuno li detesta e ufficialmente sono vietati, ma io ne sono stato sempre attratto e una sera, passando sotto il viadotto ferroviario, ho visto qualcuno che stava abbozzando un graffito e mi sono fermato.

Dopo aver tracciato qualche linea si è arrestato a pensare. Un passo indietro per osservare l’insieme ed è ripartito con la bomboletta in mano. Ogni traccia, ogni striscia di colore aveva un suono, il sibilo del gas che fuoriusciva dalla bomboletta. Breve, intenso, lungo, parallelo ad ogni pennellata.

Reportage GRAFFITI (2).Movie_Istantanea

Il nudo cemento sotto il viadotto è stato giudicato “libero” dal Comune di Milano e molti graffitari sono già passati per riempire ogni suo centimetro disponibile, ma non sempre è così. Il graffito, il segno, la traccia, ha radici lontane e ha sempre espresso il bisogno di affermare la propria presenza, di marcare la propria identità e il territorio in cui si vive, spinti da esigenze diverse di tempo in tempo, ma sempre connesse alle condizioni sociali, al senso di inclusione ed emarginazione, alla necessità innata dell’essere umano di affermare il dogma “io sono, quindi esisto”.

Nel tempo della realtà digitale che ha modificato la percezione del tempo e dello spazio rendendoci l’illusione di un eterno presente nel quale siamo tutti connessi, i graffiti sembrerebbero relegati a pratiche del passato, quando la realtà era unicamente fisica, concreta come un segno sul muro, ma la loro presenza e rinascita, ci dimostra il contrario e ci induce a riflettere sulla c.d. “società liquida”, termine coniato da Zygmunt Bauman per indicare una società, quella moderna, nella quale ciò che conta è solo il consumismo e l’apparire a tutti i costi, sospinti da un individualismo sfrenato.

In un mondo che ha perso le sue certezza, che non ha più comunità né idee, il liquido presente genera stagnazione del pensiero, senso di emarginazione, di esclusione dal gruppo, di sconfitta nella globale competizione individuale.

I graffiti, che si possano giudicare legali o illegali, forme di arte o pura espressione, contengono tutto questo e il loro apparire mi ricorda che gli esseri umani restano animali sociali e, pertanto, manifestano malessere a vivere senza radici, senza spiritualità, senza comunità, senza identità, senza il tempo e lo spazio.

Nonostante siamo indotti a credere che tutto questo non serva più, che grazie al nostro smartphone possiamo accedere a tutto e adesso, senza intermediari, senza filtri, senza competenze, senza fatica, la realtà è diversa e il vero rischio della iper-connessione sembra essere piuttosto quello di perdere la connessione con la dimensione reale, quella in cui le cose si costruiscono, segno dopo segno, come fa il graffitaro davanti a me.

Si chiama Antoine e viene dalla Francia, vicino Parigi. Forse perché straniero, ha meno diffidenza nel parlare e nel lasciarsi intervistare. Del resto, non tutti i muri della città sono dichiarati “liberi” e lo stato giuridico d’illegalità nel quale spesso si trova chi produce graffiti altrove, rende molto prudenti i graffitari.

Antoine mi racconta il suo inizio e mi parla dei suoi progetti, mentre i treni scorrono sopra le nostre teste. Vuole divertirsi e comunicare qualcosa alla gente che vedrà la sua opera. Qualcosa che riguarda il percorso che ognuno di noi fa nella vita, tra alti e bassi, speranze e delusioni. Viene da Malta dove ha realizzato un’opera su un muro e dove ha conosciuto altri writers. Fa freddo ormai, ed è ora per Antoine di indossare i guanti.

“L’alluminio delle bombolette è freddo e il gas che esce lo è ancora di più” mi dice sorridendo.

Ha molto entusiasmo Antoine e la sua passione mi permettere di sentire cosa dice, di voler capire di più.

“Domani c’è l’ultimo giorno del Graffiti BlockParty a Milano” aggiunge.

Qualcuno dice che niente accade per caso, e in certe occasioni viene proprio da crederci. Traverso la città con Antoine per raggiungere il Ponte della Ghisolfa. Sotto gli echi del traffico perenne, una squadra di graffitari si ritrova per completare le opere disegnate sulle mura di un altro angolo di Milano dichiarato “libero”.

In barba alla società liquida, i graffitari che incontriamo sono comunità. Un caffè per riscaldarsi, una stretta di mano per conoscersi, e le mura prendono colore. Alcuni di loro rispondono alle mie domande, ma non desiderano apparire. Vogliono solo lasciare la loro traccia sullo spazio di una parete sino al tempo in cui una altra traccia la coprirà.